Bobeche e l’assalto interstellare

È notte. Il rione degli Archi dorme avvolto in una coperta di nebbia e di caligine. I semafori verdi, gialli, rossi, sembrano pappagalli appollaiati sopra l’asfalto umido. Sotto le volte degli archi c’è qualche bar aperto, si intravedono presenze umane che camminano, incappucciate, con le mani in tasca. Sull’altro lato della strada il sottile il cavallo rosso si staglia dai lembi della Mole, slanciato, marziano, arrivato da qualche altrove, indifferente alle violente bestemmie dei terrestri.

Ma c’è qualcosa oltre il cordolo dei marciapiedi dissestati. Arriva agli occhi come uno sfavillio. Una superficie magica che brilla, un posto che rompe tutti gli schemi. Oltre le vetrine, a guardarci    dentro, ci sono oggetti bizzarri, dalle forme strane, morbide, rotondeggianti. Poltrone, tavolini, porta ghiacci, in un onirica convivenza di oggetti. È qualcosa di bellissimo, non sembra vero.

Quel luogo che di notte irradia delle luci dorate e ben calibrate (almeno così si è fissato nelle memoria di chi scrive) non è una balera della Vienna austroungarica, o una discoteca di Singapore. No, è un negozio di arredamenti. Si chiama Bobeche vintage store. («vintage» viene dal francese antico vendenge «vendemmia».  Il vino con le sue migliori annate è un tesoro, ci si abbevera ad esso e lo scorrere del tempo assume un altro ritmo).  C’è scritto sull’insegna dai caratteri rotondeggianti, panciuti, che campeggia sulla grande vetrina scintillante. Pensi che sia un luogo non privo di audacia, prodotto da chi ha un’ idea in testa ben chiara. Lo è senza strombazzarlo. Forme, oggetti, colori che contiene si raccontano per quello che sono, a chi ha occhi esperti per  decodificare.

Negli anni 40 lo spazio di Bobeche vintage store era la ex Ferriera Chelotti. Il vintage store quindi nasce dal recupero del grande magazzino di 200 metri.  Quindi c’è storia, dietro. E dunque sostanza. Ma chi lo gestisce? Silvia Mondaini e Graziella Dariozzi. E che c’è dentro? È un bazar. Anzi no, uno showroom  di oggetti selezionati. C’è una metodica ricerca, individuazione di mobilio sopravvissuto al passato, roba dagli inizi del 900 agli anni 80. Piccolissimi ninnoli, massicci mobili, lampade, tavolini, telefoni, poltrone.  Tutto arredamento ristrutturato.  “Le novità qui sono all’ordine del giorno – è il commento di Silvia Mondaini – entra ed esce di tutto. La vetrina è in perenne rinnovamento”. Anche il Raval, appesi al soffitto, ha dei lampadari in vetro che vengono da Bobeche. Conservare oggetti belli è essa stessa una forma d’arte. È un arrembaggio a immaginari interstellari. Anche se ci illudiamo del contrario, la nostra vita quotidiana è gestita da pochi, grandi tenutari di forme. L’online rischia di incanalare il nostro immaginario, i nostri gusti, in spazi arredati tutti secondo moduli ripetitivi e identici. Bella roba. Allora ogni tanto meglio provare a rompere l’assedio, andando a vendemmiare fra oggetti che il tempo ha giudicato belli.

Sicché i giorni a seguire, passando in macchina lungo via Marconi, agli Archi, con i semafori che sono pappagalli e i cordoli dei marciapiedi e le sopraelevate che ti fanno sentire in una realtà multistrato, ora nelle mappe mentali bisogna tenere ben presente anche Bobeche e le sue forme e il suo passato attualizzato nel futuro. Dai, dai, dai, che oltre la prossima rotonda c’è qualcos’altro da scoprire.

Mar. Ben. 

 

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